31 marzo
Politici e giornalisti sono tutti concordi: la lettera scritta da Moro a Cossiga non è ascrivibile al leader DC. Si ipotizza che lo scritto sia stato estorto attraverso sistemi di coercizione psicologici o l'uso di psicofarmaci.

Una lettera estorta
La lettera di Aldo Moro, indirizzata a Cossiga, e fatta recapitare dalle Br ai giornali, ha avuto l'effetto di una vera bomba, sia nei partiti, sia nell'opinione pubblica in generale. Dopo lo sgomento delle prime ore, la giornata successiva, il 30 marzo, attraverso incontri, riunioni e dichiarazioni, si è andata delineando una linea comune e ben precisa: la lettera di Moro, pur se scritta con la sua calligrafia, non corrisponde al suo pensiero.
Per rendersene conto basta sfogliare i giornali di venerdì 31. Le dichiarazioni degli esponenti politici sono tutte unanimi nel definire la lettera estorta. Luigi Granelli esponente della corrente “la base” della sinistra DC afferma:
«La calligrafia della lettera è sua. un po sciatta, ma è sua. Ma i concetti sono strampalati, certo gli è stata estorta. E con metodi raffinati. Non violenza fisica, ma droghe, medicinali. C'è, nella lettera, un Moro distrutto. Il loro stesso cosiddetto processo, che valore avrà più?».
Molte le reazioni dei socialisti durante il congresso del partito in svolgimento a Torino. Gigi Covatta, responsabile dell'ufficio studi del psi dice «Sembra una lettera scritta con la pistola puntata alla nuca»
Ancor più duro l'ex Presidente della Camera Pertini:
«Chi è stato prigioniero dei nazisti conosce bene i metodi che possono essere usati in queste occasioni per coartare la volontà delle persone. Non si può mettere in dubbio che i sistemi usati dalle Brigate rosse sono molto simili a quelli delle SS.»
Poche le dichiarazione dei comunisti che affidano il loro pensiero al durissimo editoriale in prima pagina su L'Unità che delegittima totalmente qualsiasi messaggio, anche futuro, di Aldo Moro.
Nessuno ha avuto dubbi. La lettera di Moro (se di lettera di Moro si può parlare) è stata scritta in uno stato di costrizione morale e fisica tale da togliere ogni autenticità e quindi ogni significato e valore alle cose che vi si dicono. E ciò non vale solo per il messaggio di ieri, dove i segni di questa inumana tortura traspaiono chiaramente. Vale anche per altri documenti compilati con la stessa calligrafia che, purtroppo, dobbiamo ancora aspettarci dai rapitori. Costituiranno soltanto il tragico dossier di un episodio di barbarie. Perciò non ha molto senso abbandonarsi a congetture o previsioni in merito a quello che potrà essere l' atteggiamento di Aldo Moro”.
Sui giornali c'è una lunga serie di intervista ad esperti in vari campi e la risposta è sempre la stessa: la lettera è stata estorta.
La Stampa sente il giudice Sossi, anche lui è stato nelle mani delle BR nel 1974. Durante la sua prigionia ha scritto lettere di fuoco contro la magistratura. Lettere prontamente disconosciute dopo la sua liberazione. Sossi afferma:
Ritengo che la lettera dell'on. Moro sia stata scritta in stato di necessità, ma non sotto dettatura. Le condizioni in cui si trova un prigioniero delle « Br » sono peggiori di quelle di un condannato a morte, perché non esiste alcuna possibilità non solo di contatto con il mondo esterno ma neppure di sensazione o di immaginazione di quanto avviene fuori. Per questo, la scrittura e l'invio di un messaggio diventano l'unico sfogo possibile.
Riguardo eventuali droghe il giudice genovese ricorda:
i brigatisti, almeno cosi è stato per me, fanno bere pozioni con sostanze chimiche particolari una o due volte al giorno, soprattutto la sera, ma non in occasione della scrittura dei messaggi.
Sull'argomento sia La Stampa che l'Unità: riportano il parere del prof. Eugenio Paroli, direttore del secondo Istituto di farmacologia dell'università di Roma:
è probabile che siano stati utilizzati, come avviene in anestesiologia, dei sapienti cocktails di sostanze di farmaci euforizzanti e anestetici che possono portare il paziente a quello stato di incontrollata emotività che può essere sfruttata a scopi di plagio
Dello stesso tenore il titolo in seconda pagina del Corriere della Sera: “Isolamento, droga, veglia prolungata. Ecco come si annienta la personalità”. Con un occhiello ancor più eloquente: Psicologi, sociologi, psichiatri affermano concordi: La lettera non ha valore, la calligrafia non importa - Mille sistemi di coercizione per ottenere l'abbassamento dell'io. Ci sono alcuni psicofarmaci che accelerano e rendono assoluta la resa di qualsiasi individuo.
Il Corriere della Sera analizza il messaggio di Moro anche da un punto di vista giuridico e scrive:
II testo contiene proposte giuridiche assurde per un docente di diritto penale come l'ostaggio e quindi ribadisce “La lettera autografa di Moro forse scritta sotto dettatura”.
Sempre il Corriere fa anche confrontare uno scritto precedente di Moro e la lettera scritta a Cossiga ad un grafologo, il professor Francesco Pesce, consulente del Tribunale di Roma. Le affermazioni del professor Pesce, rilette oggi, sono a dir poco sconcertanti e danno una precisa idea del clima di quei giorni. Vale quindi la pena di riportare una buona parte dell'articolo.
Il professor Pesce afferma: “ La lettera è autentica in funzione di dodici o tredici caratteristiche. Si è perplessi solo di fronte ad alcune trasformistà, cioè disgrafie, la mano dello scrivente si inceppa nervosamente in alcuni punti.
Certe parole, Moro, le ha scritte soffrendo. La lettera dalla prigione del popolo è frutto di una lunga tensione. Moro ha scritto lentamente, il ritmo è cambiato. Sono propenso a dire che egli abbia copiato un testo preparato da uno dei suoi carcerieri diciamo il “politologo” della situazione. Costui ha cercato di imitare lo stile di Moro, probabilmente attingendo ai suoi discorsi senza per altro riuscirci. Ne risulta uno stile elementare. Nel costruire una frase, Moro non arriva cosi presto alla conclusione.
E poi quando all'inizio si legge "Prescindo volutamente da ogni aspetto emotivo..." non si possono avere dubbi che la frase è tipica di un altro carattere, diverso da quello di Moro. Tutto il messaggio è grezzo, non può uscire dal vocabolario usuale di Moro
Alla domanda del giornalista se Moro condivide il testo della lettera,il professor Pesce risponde:
Sicuramente no. Ci sono dei punti in cui egli vuole squalificare il contenuto del messaggio a Cossiga e lo fa formando delle lettere e delle parole poco leggibili. morfologicamente diverse dal contesto. Si notano travagli interiori. Per esempio, allorché Moro scrive:"devo pensare che il grave addebito che mi viene fatto.„". E' il momento in cui é costretto a coinvolgere i suoi amici di partito. Stava per scrivere "tevo" con la t al posto della d. E' un segno di ribellione. Sul quarto foglio. poi c'è la frase: "il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità é inammissibile". Nello scrivere la parola "legalità" Moro ha fatto volare la penna verso l'alto come se il termine gli fosse imposto. Quindi, deduco che, invece, intende sacrificarsi e che nel suo intimo rifiuta lo scambio.
Quando si affida all'intelligenza degli interpretatori riflettete opportunamente sul da farsi. "che Iddio vi illumini.„" Moro sembra dire a se stesso: capiranno, Cossiga e gli altri che non potrei mai scrivere cosi: il testo grezzo ed elementare, le frasi male espresse, espressioni come "processo popolare". E allora forse abilmente, ha inserito queste esortazioni alla riflessione. Come dire "Mi conoscete troppo bene per credere al messaggio".
La posizione di Lotta continua
Al contrario degli altri quotidiani, nell'articolo in prima pagina di Lotta Continua, dal titolo “Quelli dei quattro Mori”, non traspare nessuna solidarietà e si accenna solo minimamente alla possibilità che la lettera sia stata estorta.
Lo scritto di Aldo Moro è lo spunto per un nuovo attacco alle forze politiche. La si usa per polemizzare sul fermo di polizia e sulle manovre di alcuni esponenti verso il Quirinale. La sua lettera a Cossiga è:
« chiaramente estorta », e il primo commento che avete potuto raccogliere all'unanimità sui quotidiani di ieri. Come dire, non ragiona più, non statelo a sentire! In effetti pensiamo che il fermo di polizia, sotto qualsiasi latitudine, ottenga sempre risultati immancabilmente coatti, non liberi, che non riempiono di alcuna ammirazione per lo strumento. ne tanto meno per strumentatori e strumentati. (...)
E cosi avviene che questo Moro parli contemporaneamente il linguaggio del carcerato e del carceriere. mischiando esigenze e modi di vedere. (…) Non ci sono grandi sorprese, c'è un ex Presidente della Repubblica che esce malconcio dai 15 giorni di fermo, che invoca il Papa, che chiede di adottare un modello di comportamento sovietico, come per gli scambi tra Pinochet e Breznev.
Su una cosa però Lotta Continua, concorda con buona parte dell'opinione pubblica: la lettera di Moro con l'evidente cedimento alle posizioni delle Br scredita irreparabilmente il leader democristiano:
“Una cosa è certa: Moro ha finito di essere ciò che era. Comunque vada a finire, la sua funzione politica è terminata. Difficile dire chi sarà più cannibale. Abbiamo sotto gli occhi le smanie cannibalistiche che scuotono la borghesia, e prende corpo un presidenzialismo autoritario che ormai fa parte della discussione politica quotidiana.”
Dopo un attacco alle Brigate Rosse “lasciamo le BR con il loro fantomatico MPRO roba da gargarismi che suonerebbe per esteso come Movimento proletario di resistenza offensivo” , l'articolo chiude tornando a Moro e alla situazione politica:
“Moro può invocare l'illuminazione d'Iddio, ma qua l'unica illuminazione che si vede e quella dei Levi, dei La Malfa, dei Fanfani. in piena corsa sul colle del Quirinale con un po' di cadaveri alle spalle. Il senso dello Stato di queste istituzioni ègià contento di conservare tutta al più i Quattro Mori di Livorno.
I fiancheggiatori inventati ?
Dalla Questura, seppur ufficiosamente, incominciano a filtrare i primi nomi di Br ricercati. E se il Corriere Della Sera si limita a dare la notizia senza citare nessun nome. Lotta Continua, il 31 marzo con un lancio in prima pagina ed un articolo all'interno, lancia un'accusa ben precisa nei confronti degli inquirenti. In un articolo dal titolo
.Il Viminale cerca di coinvolgere l'ex « Potere Operaio" Nell'articolo si fanno i nomi Antonio Bellavita e Brunihilde Pertramer risultati effettivamente estranei alle Brigate rosse. Nella parte finale, pero l'articolo parla di altri “compagni ” I « sospettati » sarebbero 12: tra questi i nomi di Andrea Leoni, per l'appunto in passato appartenente a Potere Operaio; Fiora Pirri, incensurata, borsista del dipartimento di pianificazione del territorio a Cosenza, in passato collaboratrice di «Comunismo»; Adriana Seranda,(sic!) anche lei incensurata, moglie del compagno Luigi Rosati, incarcerato (ora in liberta) in seguito ad una provocazione che lo volle vedere come partecipante a banda armata »
Visto col senno di poi l'articolo rileva, da una parte la protervia di certa sinistra extra-parlamentare di allora sempre pronta a difendere in ogni caso i “compagni” e vedere macchinazioni del potere. Dall'altra dimostra una scarsa conoscenza di quella frangia estremistica contigua alla lotta armata.
Infatti Andrea Leoni appartenente alle Unita Comuniste Combattenti verrà condannato a 30 anni di carcere, Per quanto riguarda Fiora Pirri Ardizzone. appartenente a “Primi fuochi di guerriglia”, il primo gruppo armato che pose al centro delle sue azioni la specificità meridionale, verrà condannata a 9 anni di carcere e sarà l'unico terrorista italiano graziato. Anche Luigi Rosati marito di Adriana Faranda, nell'articolo chiamata "Seranda", verrà condannato a 5 anni di carcere e si rifugerà in Francia.